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martedì 19 maggio 2015

E che d’è ‘stu quatto ‘e Maggio?

'O quatto 'e Maggio

E che d’è ‘stu quatto ‘e Maggio?
E che cos’è questo quattro Maggio?
 Si tratta di un risalente detto napoletano, che prende le mosse dall’usanza di effettuare i traslochi in città il 4 di questo mese. Probabilmente dai tempi dell’Impero Romano, il mese adibito a sfratti e traslochi era un determinato giorno del mese di Agosto, che a Napoli era il 10, per evitare che tutti i giorni dell’anno ci fossero famiglie che giravano per tutta la città, portandosi dietro il carretto contenente le proprietà, al fine di cercare una nuova abitazione. Col tempo questa usanza si perse e la città ripiombò nel caos, finché nel 1587 il viceré don Juan de Zuniga, che ricopriva la carica da circa un anno e aveva il pallino dell’ordine pubblico, fu autore di una norma con cui reintrodusse la giornata dei traslochi: Agosto, essendo un mese caldo, non era l’ideale per correre, salire e scendere per smontare e montare la mobilia, portarla in giro per Napoli, e allora scelse il primo dì  Maggio, dimenticando che era quello in cui ricorreva la festa dei Santi Filippo e Giacomo, molto amati e venerati dai partenopei, e dei quali possiamo ammirare la bellissima chiesa situata nel centro storico. La conseguenza fu che la disposizione non veniva rispettata, perciò nel 1611 don Pedro de Castro la mutò stabilendo che fosse il 4 Maggio il giorno dei traslochi, anche perché coincideva con una delle 3 scadenze annuali del canone di locazione, ‘o pesone (il pigione), insieme al 4 Gennaio e al 4 Settembre. Adesso i Napoletani non avevano più nessuna “scusa” per non osservare la norma, e ‘o quatto ‘ e Maggio divenne per Napoli il giorno dell’ammuina per eccellenza, con tantissime persone intente a ricercare la casa che meglio si confacesse alle proprie esigenze e disponibilità economiche, generalmente scarse e da richiedere lunghe trattative, tanto che ogni volta che c’era chiasso si usava dire che c’era ‘o quatto ‘ Maggio, detto che è sopravvissuto fino ai nostri giorni, seppur caduto un po’ in disuso.

 Tale spiegazione la si può trovare anche in Raffaele Bracale, il quale la affronta parlando della canzone ‘E Quatto ‘e Maggio scritta da Armando Gill e interpretata, tra gli altri, anche da Giacomo Rondinella, e che racconta dello stato d’animo di un salumiere costretto, a malincuore, a cambiare puteca. (Negozio).

=E te pareva.. che i napoletani non dedicassero anche una melodia al 4 maggio?

Grandiosi=! 

Dal Web


domenica 17 maggio 2015

12:29 17/05/2015 Rosaria

Risultati immagini per aquila mare
I miei piedi misurano la stanza, il mio nido, punto di ritrovo con me stessa.

 Il mio nido  cambia forma apparente a seconda della realtà del momento,
 ma resta lo stesso luogo di quiete e di ricerca nell'essenza.

I miei occhi scrutano il verde dell'erba crescente, tenera e  fragile, appena spuntata,  incerta  e curiosa della nuova vita incontrata.

I miei piedi a lunghi passi misurano la mia stanza e sentono il bisogno di apliamento, una sete d'espansione si accende in me.
In questo momento lascio la mia stanza e volo come aquila sul mare.
12:29 17/05/2015 Rosaria

lunedì 4 maggio 2015

Per Una Sera l'Inno Del Nostro Paese Fu.. O Sole Mio



Curiosità
 Nel 1920, durante la premiazione del marciatore milanese Ugo Frigerio alle Olimpiadi di Anversa, alla presenza di re Alberto del Belgio, la banda che doveva eseguire l'inno italiano pare avesse perso lo spartito della "Marcia Reale". Per cavarsi d'impaccio, il direttore passò voce ai bandisti di suonare 'O Sole Mio, da tutti conosciuta a memoria, e immediatamente l'esecuzione venne seguita a gran voce dagli spettatori dello stadio. (Aneddoto raccontato anche da Bonolis all'explo, la quale si è chiusa  con ..O Sole Mio).

 Mi sono ricordata, che quando andai a Lourdes il nostro capo gruppo aveva una splendida voce, insieme a lui c'era un ragazzo che suonava la fisarmonica e ci si dilettava di sera nel salone dell'albergo cantando, suonando e ballando. Nel salone c'erano tanti stranieri che chiesero ad Emilio, il cantante, che cantasse melodie napoletane e con mia grande sorpresa un coro di voci accompagnava Emilio nei canti. Stranieri che conoscevano tutti i classici napoletani, e pensare che Emilio all'inizio cantava anche canzoni straniere in modo da accontentare tutti, ma Emilio si sbagliava. Ogni sera dal salone un coro di voci inneggiava Napoli e le conoscevano tutte! La serata terminava sempre con..  O Sole Mio. Ma il bello era che a questa canzone  gli stranieri si alzavano in piedi cantandola appassionatamente, anche i camerieri francesi entrando nel salone sostavano e cantavano contenti. Quando l'Explo chiuse la tramissione sulle note del.. O SOLE MIO.. affiorò nella mia mente un ricordo di tanti anni fa.

domenica 3 maggio 2015

Era De Maggio

Il grande poeta napoletano amò moltissimo questi versi, cui è legato un simpatico aneddoto. Di Giacomo aveva inviato la poesia al grande musicista Pasquale Mario Costa (l’autore di “Catarì” e “‘A frangesa”), appuntando, in calce al manoscritto, la frase: “Mario, ma quant’è bella!”. Dopo due giorni arriva a casa Di Giacomo, a Napoli, un rotolo di musica. Sotto, la firma di Costa e la postilla: “Salvatò, ‘e chesta manch’è scema!” (cioè: neanche questa è da buttar via…).
E in effetti la canzone risultò di una bellezza e una fama tali da ammaliare perfino il grande Riccardo Wagner (che nel Golfo di Napoli, soprattutto a Ravello, era di casa), il quale, incantato dalla canzone che gli aveva fatto ascoltare un posteggiatore (un tal Giuseppe Di Francesco), non esitò a portarsi in Germania lo sconosciuto (e sicuramente sbigottito…) “artista”.



Era de maggio è una canzone in lingua napoletana, basata sui versi di una poesia del 1885 di Salvatore Di Giacomo e messa in musica da Mario Pasquale Costa.

Era de Maggio
« Era de maggio e te cadéano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll'aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.
Era de maggio; io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávemo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
fresca era ll'aria e la canzona doce.
E diceva: "Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje?"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá."
E so' turnato e mo, comm'a 'na vota,
cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s'avota,
ma 'ammore vero no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
si t'allicuorde, 'nnanze a la funtana:
Ll'acqua llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d'ammore nun se sana.
Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioia mia,
'mmiez'a st'aria
'mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: "Core, core!
core mio, turnato io so'.
Torna maggio e torna
'ammore:
fa' de me chello che vuo'!
Torna maggio e torna
'ammore: fa' de me chello che vuo' " »



Traduzione in'italiano
« Era di maggio e ti
cadevano in grembo
a ciocche a ciocche le ciliege rosse
fresca era l'aria di tutto il giardino
profumava di rose a cento passi.
Era di maggio, e io no, non me ne dimentico
cantavamo una canzone a due voci
più tempo passa e più me ne ricordo,
fresca era l'aria e la canzone dolce.
E diceva, "Cuore, cuore!
cuore mio lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore.
chi sa quando tornerai?"
Rispondevo io "Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui"
E son tornato, ed ora, come una volta,
cantiamo insieme il motivo antico;
passa il tempo e il mondo si volge
ma l'amore vero, no, non volta strada.
Di te, bellezza mia,
m'innamorai
se ti ricordi, dinanzi alla fontana:
l'acqua, là dentro, non si secca mai,
e ferita d'amore non si sana
Non si sana: perché se sanata
si fosse, o gioia mia
in mezzo a quest'aria profumata
a guardarti non starei!
E ti dico: "Cuore, cuore,
cuore mio tornato sono...
torna maggio e torna l'amore:
fa' di me quello che vuoi!
torna maggio e torna l'amore:
fa' di me quello che vuoi"
»


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